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Licio Gelli e il referendum: perché il fantasma del Venerabile continua a dividere l'Italia

Politics ✍️ Marco De Luca 🕒 2026-03-04 01:33 🔥 Visualizzazioni: 2
Licio Gelli

Chi frequenta i corridoi del potere a Roma lo sa bene: ci sono fantasmi che non se ne vanno mai. E tra questi, il più ingombrante, il più elegante, il più sfuggente, resta sempre lui: Licio Gelli. Il Venerabile Maestro della Loggia P2 non è solo un capitolo di storia patria chiuso tra le pagine dei manuali. Oggi, a marzo del 2026, a pochi giorni dal referendum sulla giustizia, il suo nome è tornato a essere una scheggia impazzita nel dibattito pubblico. E non per celebrazioni postume, ma per una verità scomoda: il Piano di Rinascita Democratica, quel documento che sognava di riscrivere le regole dello Stato, sembra essere diventato, per molti, una profezia.

Il figlio, il ministro e il "copyright" della storia

Tutto è ripartito da una intervista che ha fatto il giro dei talk show. Maurizio Gelli, figlio di Licio, con una pacatezza che ha gelato il sangue a molti, ha spiegato che suo padre avrebbe guardato con estremo favore all'attuale riforma della magistratura. "Mio padre era lungimirante", ha dichiarato, scatenando le ire del fronte del No. Marco Travaglio, nelle sue presentazioni, è stato lapidario: questa è una riforma che ha come "padre nobile" proprio il Venerabile. E Giuseppe Conte, ormai abituato a maneggiare il timbro populista, ha rincarato la dose parlando di "copyright" di Licio Gelli sull'intero impianto referendario.

Ma la questione è più sottile di una semplice invocazione. Perché dall'altra parte, il ministro Carlo Nordio, con quella flemma da inquisitore veneziano, aveva già risposto per le rime: se un'idea è giusta, non conta chi l'ha pensata per primo. "Non vedo perché non si dovrebbe seguire un'opinione giusta solo perché l'ha detta lui", ha ripetuto a più riprese, scatenando un putiferio. E qui casca l'asino. Perché se è vero che la separazione delle carriere era effettivamente un punto del Piano, chi ha letto quel documento sa che era inserita in un contesto ben diverso: il PM doveva finire sotto l'esecutivo, e il CSM doveva rispondere al Parlamento. Una differenza non da poco, che però nel vortice della polemica politica viene sistematicamente spazzata via.

L'eredità tossica di un'anniversario

Viviamo in un periodo strano, dove gli anniversari si accavallano. In queste settimane si parla molto di Anniversari: L'Italia di Licio Gelli, quasi a voler fare i conti con un Paese che non c'è più. Ma la verità è che l'Italia di Gelli, quella delle trame occulte, dei servizi deviati e dei faccendieri, non è mai sparita del tutto. Si è solo evoluta. Oggi, mentre il centrosinistra si straccia le vesti evocando lo spettro della P2 per fermare il voto, c'è chi, come il frontman della Lega a Castelfiorentino, invita a restare nel merito, evitando "posizioni ideologiche".

Eppure, l'ombra del Venerabile è così lunga che persino Nino Di Matteo, in un comizio, ha dovuto ammettere che la partita è sporca: "I mafiosi voteranno Sì", ha detto, scatenando un putiferio, ma aggiungendo che lo faranno perché si sentono legittimati da chi vuole mettere il guinzaglio ai magistrati. Parole pesanti, che hanno portato il Colle a invitare tutti ad abbassare i toni. Ma ormai la frittata è fatta. Il referendum non è più solo sulla giustizia: è un referendum su chi ha il diritto di raccontare la storia di questo Paese.

Il business dietro il mito

E qui veniamo al punto che a noi analisti interessa di più. Fuori dalle aule di giustizia e dai talk, c'è un mercato in fibrillazione. Le vendite dei saggi che analizzano il fenomeno, come quelli della collana Miti nella Poesia - Licio Gelli - Laterza Giuseppe Edizioni, stanno letteralmente esplodendo. La figura di Gelli, ormai sdoganata come archetipo del "potere ombra", vende. Vende libri, vende inchieste, vende click. E vende anche una certa idea di ribellismo giustizialista che, paradossalmente, alimenta entrambi gli schieramenti.

Per chi investe in comunicazione politica, la lezione è chiara:

  • Il racconto simbolico batte il tecnicismo: evocare Gelli o la P2 scatena una risposta emotiva immediata che nessun dato sulla velocità dei processi potrà mai eguagliare.
  • La polarizzazione è una rendita: più lo scontro è duro, più si vendono spazi pubblicitari e abbonamenti ai quotidiani. Il "caso Gelli" è la macchina del fango perfetta, ma è anche la macchina del contante perfetta.
  • La memoria corta è una risorsa: pochi ricordano i dettagli del Piano di Rinascita, ma tutti ricordano la parola "P2". Basta questo a spostare voti e a creare fazioni.

Guardando oltre la prossima domenica di voto, mi aspetto che, indipendentemente dall'esito, questa tornata referendaria segnerà un punto di svolta. Per la prima volta dopo decenni, il fantasma di Licio Gelli è stato evocato non come reperto archeologico, ma come protagonista attivo del confronto politico. Che vinca il Sì o il No, la destra o la sinistra, una cosa è certa: il Venerabile, dal suo esilio in Sudamerica prima e dalla tomba poi, ha vinto la sua battaglia più importante: essere ancora, a distanza di anni, l'ago della bilancia del dibattito pubblico italiano. E in un Paese che non fa mai i conti con il proprio passato, questa, per carità, non è una notizia.