Suns al tramonto: Phoenix si assicura il 7° seed, ma l’anima della squadra è rimasta per strada?
È stata dura, ma ce l’hanno fatta. I Phoenix Suns sono scesi in campo all’American Airlines Center da veri cani combattivi — hanno morso, tenuto duro e portato a casa la vittoria che valeva la settima posizione a Ovest. La notte dell’8 aprile 2026 resterà nella memoria dei tifosi, ma non certo per il bel gioco. Di tramonti nel deserto noi ce ne intendiamo. E quello che abbiamo visto ieri è stata una squadra che ha vinto con le unghie e con i denti, ma che ha perso la propria faccia lungo il percorso.
Con Devin Booker e Dillon Brooks come principali protagonisti, i Suns hanno retto la pressione dei Mavericks e si sono assicurati un posto diretto ai playoff — senza passare dal play-in. Un sollievo, sì. Ma il tifoso che mi segue da anni lo sa: il sollievo non riempie la bacheca. E ciò che mi preoccupa di più non è il punteggio (113 a 110, per chi non l’avesse visto), ma la sensazione che questa squadra sia un po’ persa dentro un sistema solare che un tempo era molto più luminoso.
La vittoria è arrivata, ma l’identità è rimasta per strada
Veniamo ai fatti. Booker ha fatto ciò che ci si aspetta da un franchise player: si è preso le responsabilità nei momenti cruciali, ha cercato il contatto e convertito tiri liberi decisivi. Dillon Brooks, dal canto suo, ha fatto quello che nessuno vuole affrontare — ha marcato come un pitbull, irritato, sbilanciato. Ma il cosiddetto “Sun basketball”, quel fraseggio che faceva bruciare la palla nelle mani degli avversari? Scomparso. Al suo posto, un attacco farraginoso, con molti isolamenti e poca pazienza.
Ci scommetto quello che volete: se continua così, il primo turno dei playoff sarà un banco di prova durissimo. E non parlo nemmeno dell’avversario — che potrebbe essere uno tra Lakers, Warriors o Kings. Parlo dell’anima di questo roster. Perché una squadra che non sa cosa è, finisce per essere ciò che gli altri vogliono che sia.
Cosa ha funzionato (e cosa preoccupa) nei Suns oggi
Facciamo un elenco onesto, senza filtri — e pensate che un po’ di filtro solare sarebbe il benvenuto sotto questo sole cocente dell’Arizona, perché i tifosi stanno già bruciando per certe prestazioni:
- Booker è freddo come il ghiaccio – Negli ultimi due minuti ha semplicemente deciso lui. Ma prima, sembrava stesse cercando il ritmo al buio. Quando trova il tempismo, è uno spettacolo a parte.
- Dillon Brooks è quel cane da guardia che odieresti avere contro – Per i Suns è arrivato e ha messo intensità. Il problema? A volte l’energia è troppa e manca il controllo. Ha commesso falli ingenui che sono quasi costati la partita.
- La difesa lascia ancora troppi spazi – Dallas ha tirato da media distanza con una facilità preoccupante. Nei playoff, questo è veleno puro.
- Panchina senza produzione costante – Le riserve hanno messo insieme solo 17 punti. In una eventuale gara 7, non basterà. È chiedere di essere rimontati.
E cosa c’entra il tramonto con tutto questo?
Chi ha già visto un tramonto nel deserto lo sa: gli ultimi raggi di luce sono bellissimi, ma annunciano l’oscurità. I Suns sono in questo momento. La luce c’è ancora — la vittoria è arrivata, il settimo seed è assicurato — ma l’orizzonte si scurisce in fretta se non si fanno aggiustamenti. Non sto dicendo che la squadra cadrà al primo turno. Dico che, così com’è, dipenderà da lampi individuali e da un Booker soprannaturale per andare lontano.
E, alla fine, ogni sistema solare ha i suoi pianeti allineati in rari momenti di armonia. Questo roster dei Suns ha talento da vendere. Ma talento senza identità è come un’auto senza volante: va avanti, ma non da nessuna parte che valga la pena.
Ora non resta che aspettare gli accoppiamenti. I tifosi hanno fatto la loro parte — hanno riempito il Footprint Center nelle partite decisive, hanno urlato, spinto. La palla, ora, è nel quintetto. Mostrate che sapete ancora giocare come un vero branco di cani rabbiosi. Perché nel deserto sopravvive solo chi ha fame. E i playoff sono lì per dimostrarlo.