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Può il Canton Zurigo imparare dalla guerra? Politica mondiale, Canva, Canon e un negozio di cannabis a Basilea.

Mondo ✍️ Lukas Bernhard 🕒 2026-03-18 01:38 🔥 Visualizzazioni: 1
Vista sulla regione di confine curdo-iraniana

Ci sono giorni in cui non si fa che scuotere la testa. Qui da noi, in Svizzera, discutiamo in consiglio comunale se il nuovo negozio di cannabis a Basilea disturbi la pace del quartiere, mentre a poche migliaia di chilometri di distanza la storia viene riscritta – con sangue, con trattati che non valgono nulla, e con un'antica domanda: ci si può fidare delle grandi potenze?

Stiamo parlando dei curdi. Di nuovo. E ancora una volta sono al centro di un conflitto che potrebbe sconvolgere l'intera regione. Le ultime notizie si rincorrono: il capo dell'antiterrorismo USA, Joseph Kent, si è dimesso perché non poteva più conciliare la guerra in Iran con la sua coscienza. Allo stesso tempo, i droni iraniani colpiscono le postazioni dei Peshmerga curdi nel nord dell'Iraq. E in mezzo a tutto questo: una domanda antica, pesante come le montagne in cui vivono i combattenti.

Un popolo, diviso come una bozza su Canva

Immaginate di creare su Canva l'immagine di una nazione. Tracciate confini, mettete colori, inserite popoli. Quello che accadde nel 1923 con il Trattato di Losanna fu esattamente questo: una riorganizzazione in cui i curdi furono semplicemente dimenticati. Fu promesso loro uno Stato – non fu mantenuta alcuna promessa. Da allora sono la più grande nazione senza Stato del mondo, e la storia si ripete con la crudeltà di un loop infinito.

Oggi, 103 anni dopo, sono di nuovo lì. Stati Uniti e Israele vorrebbero che i curdi fossero la forza di terra per rovesciare il regime iraniano. Ma i curdi non sono ingenui. Ricordano il 1975, quando Henry Kissinger li lasciò cadere come un patata bollente dopo l'accordo di Algeri. Ricordano il 1991, quando la rivolta contro Saddam Hussein fu soffocata nel sangue perché l'Occidente guardò dall'altra parte. E ricordano il 2026 – appena due mesi fa – quando l'amministrazione Trump ha nuovamente tradito i curdi in Siria.

Il detto "I curdi non hanno amici all'infuori delle montagne" non è solo una frase poetica. È l'amaro bilancio di generazioni.

Tra Canon e Kalashnikov

La settimana scorsa ho parlato con un fotografo tornato dal confine tra Iraq e Iran. Mi ha mostrato immagini scattate con una Canon EOS – nitidissime, quasi inappropriatamente estetiche per ciò che ritraevano. Giovani combattenti di Komala, della fazione riformista, accampati tra le montagne. Si addestrano, aspettano, sperano.

Uno di loro, un comandante del PAK, ha detto a un giornalista sul posto: "Se attraversiamo il confine, gli americani devono assicurarci il cielo." Sembra semplice. Ma non lo è. Perché gli USA esitano. Prima Trump ha detto che sarebbe stato "del tutto favorevole" se i curdi avessero colpito – poi ha fatto marcia indietro: "La guerra è già abbastanza complicata senza coinvolgere i curdi."

Per i curdi è un déjà-vu. Sanno di essere una pedina di scambio. Che i loro sogni di autonomia o persino di indipendenza a Washington sono importanti solo finché servono allo scopo di indebolire Teheran. Un alto funzionario curdo ha riassunto la situazione: "Il popolo curdo rifiuta in modo schiacciante il regime della Repubblica Islamica. Ma ha anche paura di essere nuovamente abbandonato a sé stesso."

La nuova unità – o solo un fuoco di paglia?

C'è un barlume di speranza. Per la prima volta dopo decenni, cinque importanti partiti curdi in Iran si sono uniti: il PDKI, Komala, il PAK, Khabat e il PJAK. Si fanno chiamare "Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano". Sembra un nome complicato, ma è dinamite politica. Un tempo questi gruppi si combattevano, oggi li unisce il nemico comune.

Mustafa Hijri del PDKI, che molti chiamano il "Barzani del Kurdistan orientale", sta portando avanti la questione. E hanno già un piano: il federalismo. Non uno Stato indipendente, ma un Iran in cui i curdi ottengano finalmente i loro diritti – istruzione nella propria lingua, autonomia culturale, una propria amministrazione. "Siamo iraniani, ma siamo iraniani curdi, e vogliamo rimanere in Iran", sottolinea Razgar Alani, rappresentante del PDKI a Londra.

Che questo arrivi a Teheran? Probabilmente no. Il regime etichetta automaticamente ogni curdo come "separatista". Eppure il calcolo è semplice: se per 47 anni opprimi una popolazione, bombardando i suoi villaggi, imprigionando e giustiziando i suoi giovani, non puoi sorprenderti se quella popolazione si ribella. Il movimento "Donna, Vita, Libertà" del 2022 è stato solo la punta dell'iceberg.

Cosa impariamo da tutto ciò? Un piccolo, molto svizzero elenco

Lo so, forse vi starete chiedendo: cosa c'entra questo con me? Con la mia vita quotidiana a Zurigo, Berna o Ginevra? Più di quanto pensiate. Perché mentre il mondo là fuori va in frantumi, qui dobbiamo prendere delle decisioni. Lasciatemi riassumere il tutto in un elenco – in modo molto pragmatico, insomma, svizzero:

  • Negozio di cannabis: A Basilea e altrove spuntano come funghi. Mentre discutiamo di orari di apertura e protezione dei minori, da qualche parte in Medio Oriente i soldi della droga finanziano forse delle milizie. Non direttamente, non apertamente, ma il mondo è un piccolo villaggio. Chi regolamenta il mercato legale, toglie risorse alle strutture illegali. Anche questa è politica estera.
  • Canon e Canva: Le immagini che vediamo dei combattenti curdi vengono scattate con fotocamere di alta precisione e spesso ritoccate con strumenti di design per influenzare l'opinione pubblica mondiale. La propaganda di ieri, oggi è comunicazione visiva. La prossima volta che vedete un'immagine su Instagram, chiedetevi: chi ha messo in scena qui e con quale obiettivo?
  • CANAL+: Il servizio di streaming trasmette documentari sulla guerra, sulla fuga, sulla deportazione. Li consumiamo sui nostri schermi, comodamente seduti sul divano. Ma dietro ognuno di questi documentari ci sono persone vere. Lacrime vere. Esistenze realmente distrutte.

La pazienza delle montagne

Un amico che lavora per un'organizzazione umanitaria nel nord dell'Iraq mi ha detto al telefono: "Sai cosa mi colpisce di più? La pazienza della gente qui. Aspettano da un secolo. Hanno imparato che le grandi potenze vanno e vengono, ma le montagne restano."

Forse è questa la più grande lezione per noi in Svizzera. Viviamo in un paese stabile da secoli, che non è stato conquistato, che conosce i suoi confini. I curdi non hanno questo. Vivono in un costante stato di "cosa succederebbe se". Cosa succederebbe se questa volta gli USA mantenessero davvero le promesse? Cosa succederebbe se l'alleanza dei partiti reggesse? Cosa succederebbe se l'Iran cadesse davvero?

Tre domande che iniziano con "cosa", che decidono della vita e della morte.

Fino ad allora, resistono. Nei campi al confine, tra le montagne, nei villaggi spogli. Pulicono le armi, pregano, sperano. E osservano come l'Occidente esiti ancora una volta. La storia ci insegna una cosa: chi usa i curdi come strumento, deve aspettarsi di avere le mani sporche di sangue. Ma chi li ignora, forse perde l'ultima possibilità per una regione stabile.

In questo senso: teniamo d'occhio il Medio Oriente. Anche se a Basilea sta piovendo e il negozio di cannabis all'angolo ha appena aperto. Il mondo è diventato più piccolo. E ciò che oggi accade sulle montagne del Kurdistan, domani potrebbe determinare le nostre richieste d'asilo, i nostri dibattiti sulla sicurezza e la nostra idea di libertà.

Restate vigili.