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Oscar 2026, la statuetta e il muro: Motaz Malhees, il palestinese che ha denunciato l'America

Spettacolo ✍️ Marco Ferreri 🕒 2026-03-15 06:19 🔥 Visualizzazioni: 1
Motaz Malhees, regista de La voce di Hind Rajab

C'è chi sogna una statuetta per una vita e chi, invece, sogna solo di poter varcare una frontiera. La notte degli Oscar 2026 ce l'ha ricordato con una crudeltà da copione: mentre Oscar Isaac sfilava sul red carpet con quel suo sorriso da Gatsby moderno, dall'altra parte del mondo qualcuno guardava la stessa cerimonia in streaming, con l'amaro in bocca di un visto negato. Quel qualcuno si chiama Motaz Malhees, ed è il regista di "La voce di Hind Rajab", il documentario che avrebbe dovuto fare incazzare mezzo mondo.

Invece, il mondo (quello con i tacchi a spillo e i diamanti) ha preferito far finta di niente. O meglio, ha preferito far entrare solo i sorrisi. La storia è presto detta: Malhees, palestinese con un Premio Oscar in tasca – il suo film era candidato – si è visto chiudere la porta in faccia dall'Ambasciata americana. Motivo? «Problemi di sicurezza», dicono. Ma se il tuo film racconta la storia di una bambina di nome Hind Rajab, dispersa in un conflitto che non ha nulla di hollywoodiano, forse la sicurezza è l'ultima delle scuse.

E mentre il buon Oscar Isaac – che di certo non c'entra nulla, sia chiaro – si godeva i riflettori, il vero dramma si consumava fuori dal teatro. Perché Hollywood è bravissima a piangere sulle disgrazie del mondo quando sono lontane, ma quando il dolore bussa alla porta con un invito in mano, beh, allora è meglio non aprire.

Un silenzio che pesa più di mille discorsi

La cosa che lascia più perplessi non è tanto la decisione del governo americano – che su certe cose ha le mani bucate da decenni – quanto il silenzio della Academy. Nessuna nota ufficiale, nessuna presa di posizione. Solo il vuoto. Come se "La voce di Hind Rajab" fosse un titolo scomodo da pronunciare davanti ai microfoni. E invece, proprio quella voce, quella di una bambina palestinese, avrebbe meritato di riecheggiare tra i candelabri del Dolby Theatre.

Ecco cosa ci lascia questa edizione 2026 degli Oscar:

  • Una statuetta virtuale a Motaz Malhees, per il coraggio di denunciare anche quando nessuno ti ascolta.
  • Il profumo dell'ipocrisia che sale dal tappeto rosso, mentre i veri protagonisti restano fuori.
  • La conferma che per certi registi, il visto d'ingresso negli Stati Uniti è più difficile da ottenere di un Oscar.

Alla fine, mentre le telecamere inquadravano i vincitori e i perdenti, una sedia è rimasta vuota. Quella di Motaz Malhees. E in quel vuoto ci siamo visti tutti un po' riflessi. Perché a volte, la vera ingiustizia non è perdere una statuetta, ma vedersi negato il diritto di esistere, di raccontare, di essere lì. E di questo, purtroppo, non se ne parla abbastanza.