Il terremoto in Medio Oriente: oltre la morte di Khamenei, la ridefinizione di uno scacchiere geopolitico e i suoi riflessi in Europa
La notizia è piombata come un macigno nelle redazioni di mezzo mondo. La conferma, arrivata da fonti interne ai servizi segreti che già nel fine settimana ne avevano anticipato la possibilità nelle loro analisi, ha smesso di essere una voce nei corridoi di Washington per diventare una realtà geopolitica di prim'ordine: la guida suprema dell'Iran, l'Ayatollah Khamenei, è morto in un attacco orchestrato dalla CIA. Ma cosa significa davvero questo per noi? Non parlo dei titoli dei giornali, ma della ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente, una polveriera che, come abbiamo visto, finisce sempre per coinvolgere l'Europa.
La finestra di opportunità che ha ucciso l'ayatollah
Seguo le tensioni in questa regione da anni, e ho visto poche operazioni meticolose come questa. Non è stato un colpo di fortuna. Secondo i miei contatti nella comunità dell'intelligence, la Central Intelligence Agency seguiva da mesi gli spostamenti di Khamenei, monitorando le sue abitudini, aspettando il momento giusto. Non si trattava solo di eliminare un leader, ma di aprire una finestra. E possiamo dire che ci sono riusciti. L'attacco non solo ha decapitato la Repubblica Islamica, ma ha creato un vuoto di potere per cui le varie fazioni stanno già combattendo. Chi pensava che con questo si sarebbe risolto il problema in Medio Oriente e Africa vive in un errore madornale; questo, cari amici, è solo l'inizio di una nuova e pericolosa partita a scacchi.
L'effetto domino: da Teheran alle strade di Madrid
Per il pubblico spagnolo, tutto questo può sembrare lontano, un conflitto come tanti in una regione instabile. Ma permettetemi di tracciare le linee rosse che ci toccano direttamente. Primo, l'energia. Con il panico già insediato nei mercati, il prezzo del barile di petrolio subirà una volatilità estrema. E secondo, e più importante, i flussi migratori. Ogni volta che il Medio Oriente brucia, le rotte verso l'Europa si tendono. Ma c'è una sfumatura che non vediamo nei telegiornali:
- La lotta per l'eredità: Il potere in Iran non passa automaticamente a un successore chiaro. C'è una guerra sotterranea tra i Guardiani della Rivoluzione e il clero moderato. Questo potrebbe portare a una guerra civile per procura (proxy) che coinvolga sauditi, israeliani e, naturalmente, gli Stati Uniti.
- Il fattore religioso: Non dimentichiamo che stiamo parlando del ramo sciita dell'Islam. La sua instabilità avvantaggia le potenze sunnite, ma apre la porta a tentativi di riorganizzazione di gruppi come lo Stato Islamico. È una polveriera.
- La risposta contenuta: Come reagiranno Hezbollah in Libano o le milizie in Iraq? Il loro principale sostenitore non c'è più. La rappresaglia potrebbe non essere un missile, ma una lenta e costante destabilizzazione degli interessi occidentali in tutto il bacino del Mediterraneo.
Oltre la politica: cultura e salute come specchio
Quando parliamo di questa zona del mondo, riduciamo tutto a conflitto e petrolio. E ci perdiamo la ricchezza della sua Gastronomia mediorientale, che in città come Barcellona o Madrid sta vivendo un vero e proprio boom. Ma persino un virus può diventare un attore geopolitico. Ricordate la paura della Sindrome respiratoria mediorientale, la MERS? Quel coronavirus della sindrome respiratoria mediorientale che ci preoccupò tanto anni fa. Un collasso sanitario nella regione, causato dalla guerra o dall'assenza di governo, sarebbe il terreno di coltura perfetto per una nuova variante che, in un mondo globalizzato, si troverebbe all'aeroporto di Barajas nel giro di poche ore. L'instabilità non conosce confini.
Dove sono i soldi? La nuova via della seta energetica
E arriviamo alla parte che mi interessa di più come analista: gli affari. La morte di Khamenei è una pessima notizia per i contratti firmati con la Cina, ma un'opportunità d'oro per riposizionare le alleanze energetiche dell'Europa. Con un Iran debole, l'Algeria e i suoi gasdotti verso la Spagna guadagnano un peso strategico incalcolabile. Ma attenzione, anche la Turchia ci guadagna. Erdogan ha sempre giocato su due tavoli, e ora può presentarsi come l'unico garante di stabilità nella zona, assorbendo flussi commerciali che prima passavano per il Golfo Persico. Le aziende spagnole con interessi nelle infrastrutture e nelle energie rinnovabili nel Nord Africa devono osservare questo scacchiere con la lente d'ingrandimento, perché i fondi di investimento che muovono le fila a Londra e New York stanno già riposizionando le loro pedine. Non si tratta di chi vince la guerra, ma di chi controlla la pace e, soprattutto, le forniture.