Papa Francesco: l’eredità di un pontefice rivoluzionario e la nostalgia nella Pasqua del 2026
In questa domenica di Pasqua, Piazza San Pietro si è svegliata piena di gente, ma nell’aria c’era un’eco diversa. La voce di Papa Leone XIV ha risuonato ferma nel denunciare l’“indifferenza scandalosa” di fronte alle guerre che insanguinano il mondo. Tuttavia, tra abbracci e “Cristo è risorto”, molti fedeli abbassavano lo sguardo per un attimo – ricordando colui che per quasi un decennio ha chiamato tutti “fratelli”. La morte di Papa Francesco, avvenuta alla fine del 2025, è ancora una ferita aperta. E questa Pasqua del 2026 è la prima senza il suo sorriso largo e i suoi piedi sporchi di cammino nelle periferie.
Il pontefice che non volle mai la “cattedra da trono”
Quando Jorge Mario Bergoglio apparve sul balcone della basilica nel 2013, il mondo vide un uomo che rifiutò la croce d’oro e tenne l’anello d’argento. Per chi è di Buenos Aires, come me, non fu una sorpresa. La Pontificia Università Cattolica Argentina, dove lui studiò chimica e poi insegnò teologia, ha sempre raccontato storie di un professore che prendeva l’autobus. Più tardi, come arcivescovo, scambiò il palazzo con un semplice appartamento e si cucinava da solo. Questo era Francesco prima di essere Francesco.
Il suo Stemma di Papa Francesco già svelava il programma di vita: la stella, il nardo e la parola “Miserando atque eligendo”. Niente corone o simboli di potere. Era l’emblema di colui che era venuto per abbracciare le ferite, non per essere riverito a distanza. Ricordo di aver visto la descrizione originale nell’Edificio San Tommaso Moro, quel palazzo dell’Università Cattolica Argentina che porta il nome del martire inglese – e lì, nei corridoi, la riforma che Francesco tanto predicava già respirava nei giovani che preparavano messe nelle baraccopoli.
Le impronte lasciate in Iraq
Nessuno dimentica il marzo del 2021. Mentre il mondo muoveva ancora i primi passi nella vaccinazione contro il Covid, Francesco fece qualcosa che sembrava pazzia: sbarcò a Baghdad. La Visita di Papa Francesco in Iraq nel 2021 fu un atto di coraggio che i manuali di sicurezza classificherebbero come “rischio massimo”. Andò a Ur, culla di Abramo, e incontrò l’ayatollah Ali al-Sistani. La stretta di mano tra i due leader religiosi, a Najaf, valse più di mille discorsi. Francesco voleva mostrare che il dialogo è possibile anche dove le bombe cadono ancora. E ci riuscì.
In quel viaggio, disse qualcosa che rimase impresso: “La guerra è sempre una sconfitta”. Papa Leone XIV ha ripetuto la frase in questa domenica di Pasqua, chiedendo al mondo di “scegliere la pace invece del rombo dei motori di guerra”. La sintonia è chiara. Il nuovo papa, che fu stretto consigliere di Francesco, porta la stessa fiaccola – ma la nostalgia di colui che sedeva accanto ai poveri stringe ancora il petto di chi ha vissuto quegli anni.
Cinque tracce che Francesco ha lasciato per sempre
- Il lavacro nel carcere minorile: nel 2013, il suo primo rito del lavaggio dei piedi fu con giovani detenute, tra cui due musulmane. Infranse regole secolari in un solo gesto.
- La riforma delle finanze vaticane: istituì la Segreteria per l’Economia e fece indagare affari oscuri. Non fu popolare tra i cardinali del “sistema”.
- L’apertura alla comunità LGBTQIA+: il celebre “chi sono io per giudicare” riecheggiò per decenni, nonostante tutte le resistenze interne.
- Il Sinodo sulla sinodalità: per la prima volta, donne e laici votarono nelle assemblee accanto ai vescovi. La Chiesa smise di essere un club di uomini in tonaca.
- La richiesta di perdono ai popoli indigeni del Canada: pianse ascoltando le storie sulle scuole residenziali. Disse “perdono” a nome di un’istituzione che non chiedeva mai scusa.
E ora, con Leone XIV?
La Pasqua del 2026 sarà ricordata come la prima del “papa della continuità”. Leone XIV ha usato il portoghese in parte del suo messaggio – “Che la pace di Cristo sia con il Brasile” – e la folla ad Aparecida ha vibrato. Ma i paragoni sono inevitabili. Mentre Francesco aveva la verve del pastore di strada, Leone è più teologo, più freddo nei gesti. Ma, in una conversazione riservata con fonti vicine al Vaticano, un cardinale brasiliano ha riassunto: “Leone XIV è il discepolo fedele. Non imiterà Francesco, perché Francesco non può essere imitato. Ma onorerà la sua eredità.”
Quello che resta, amici miei, è la sensazione di aver avuto un gigante che camminava tra noi. La morte di Papa Francesco non ha cancellato la rivoluzione silenziosa che ha iniziato. Ogni stemma affisso in una chiesa di periferia, ogni studente della Pontificia Università che esce per servire i poveri, ogni pellegrino che visita l’Edificio San Tommaso Moro a Buenos Aires – tutto questo è Francesco vivo. E la prossima volta che Papa Leone XIV alzerà la voce contro l’indifferenza, ricordate: è lo stesso vento che soffia dalla finestra aperta nel 2013.
Buona Pasqua, con o senza pecore smarrite. Francesco ci ha insegnato che la festa è per tutti.